Dante Alighieri.

1. Vita.
Dante nacque a Firenze nel 1265. La data della sua nascita è incerta. Infatti, moltissimi dettagli della sua vita sono incerti. Per riempire i vuoti nella cronologia della sua vita bisogna riferirsi ai suoi lavori letterari ed in particolare alla DivinaCommedia.
Dante discende da una famiglia aristocratica, nobile ed antica che si può rintracciare ai tempi delle crociate. Com'era comune al tempo per la classe nobile, Dante ricevette un'educazione classica dai monaci francescani di Santa Croce.
Il 9 Febbraio 1277, secondo alcuni documenti notarili del tempo, Dante fu sposato a Gemma Donati. I due avevano rispettivamente 12 e 10 anni.
Si trattava di un matrimonio stabilito fra le due famiglie per delle ragioni politiche ed economiche.Un matrimonio da essere consumato quando i due giovani avessero raggiunto un'età più matura.
Alla giovane età di nove anni Dante vide per la prima volta Beatrice, la donna di cui s'innamorò immediatamente e che divenne la sua ispirazione e il suo simbolo di perfezione. Il poeta è raramente interessato alla sua apparenza fisica. Non si sa se avesse capelli biondi o bruni. Nel Purgatorio si legge che i suoi occhi erano verdi come smeraldi. Nella Vita Nova leggiamo che Beatrice aveva una pelle di "color di perle". Nel Paradiso Beatrice ha una fronte così bianca che non può distinguersi dalle perle di un diadema sulla sua fronte. Dante s'invaghì del pallore perlaceo di Beatrice che era in contrasto con il colorito scuro ed olivastro di Dante stesso al punto che i suoi concittadini commentavano spesso circa la sua carnagione dicendo che era così bruna a causa del suo viaggio tra le fiamme infernali.
Dante vide Beatrice per la seconda ed ultima volta quando aveva 18 anni, questa volta vestita di bianco.

In ogni caso la vita terrestre di Beatrice rimane un mistero così come la sua descrizione fisica. Beatrice eventualmente sposò Simone de'Bardi e morì all'età di 25 anni. Dante, come già detto, sposò Gemma Donati e da lei ebbe tre figli.
L'amore tra Dante e Beatrice è di natura puramente spirituale. Beatrice più che una donna reale è un simbolo idealizzato di donna, è l'ideale di perfezione femminile che, messa su un piedestallo, diventerà la guida perfetta di Dante nel Paradiso.
Dante fu anche avidamente interessato di politica. Egli era Guelfo di parte bianca (credeva nella divisione dei poteri temporali e spirituali e nella separazione di Chiesa e di Stato). A causa delle sue convizioni politiche Dante fu bandito da Firenze nel 1302 dai Ghibellini e fu condannato ad esilio perpetuo pena la morte.
Da quel giorno fatidico Dante fu forzato ad abbandonare la sua famiglia, la propria patria ed i suoi amici e fu costretto a mendicare da corte in corte fino a che il 13 Settembre 1321 morì a Ravenna dove è ancora seppellito. Per molti anni Firenze ha cercato di ottenere le sue spoglie, ma invano, la città di Ravenna continua ancora oggi a rifiutare.

2. Letteratura.
Uno dei primi lavori letterari di Dante è la Vita Nova che può essere considerata un'introduzione alla Divina Commedia. La Vita Nova è una collezione di prose e poemi scritti in lode di Beatrice che riflettono il nuovo pensiero del XIII secolo, il Dolce Stil Novo.
La scuola del Dolce Stil Novo si basa su una teoria cavalleristica dell'amore che s'identifica con il cuore gentile. La gentilezza nasce dalla virtù individuale che è una nobiltà di sentimenti. La donna è vista come fonte d'amore spirituale, come un essere angelico sceso sulla terra per elevare l'uomo a Dio. È una combinazione di religione e di passione, che priva di tocchi umani, presenta la donna come una visione luminosa, come un essere perfetto la cui missione è di portare l'uomo alla salvezza eterna.
Un sonetto rappresentante del Dolce Stil Novo è quello scritto per Beatrice nella Vita Nova:


Tanto gentile e tanto onesta pare
la donna mia quando altrui saluta
ch'ogni lingua deven tremando muta
e li occhi non l'ardiscon di guardare.
Ella si va sentendosi laudare
benignamente d'umiltà vestuta
e par che sia una cosa venuta
dal cielo in terra a miracol mostrare.
Mostrasi sì piacente a chi la mira
che da per li occhi una dolcezza al core
che intender non la può chi non la prova;
e par che da la sua labbia si mova
uno spirito soave pien d'amore,
che va dicendo a l'anima : "Sospira".

3. La Divina Commedia.
La Divina Commedia è stata definita la Summa Poetica del Medio Evo perché raccoglie tutta la conoscenza letteraria, filosofica e scientifica del tempo. Rappresenta tutta la preparazione culturale di Dante e della sua epoca. Nel suo poema egli descrive in una forma di visione mistica, il viaggio che immagina di aver fatto nell'altro mondo.
La struttura del poema è l'architettura dei tre regni dividono la Commedia in tre Cantiche: Inferno, Purgatorio e Paradiso. Ogni cantica contiene 33 Canti, eccetto l’Inferno che contiene un altro Canto d'introduzione con un totale di 100 Canti.
Per poter veramente apprezzare l'immenso sforzo poetico di Dante nel comporre la Commedia, basta ricordare che ogni Canto contiene in media dai 140 ai 150 versi per un totale di 14.000 / 15.000 versi, tutti in terza rima, ABA, BCB, CDC, DED, ecc.
Dal punto di vista architetturale l'Inferno è formato da 9 Cerchi, il Purgatorio da 9 Terrazze e il Paradiso da 9 Sfere.

L'Inferno è composto di nove cerchi concentrici che cominciano a Gerusalemme e vanno a finire nel centro della terra. Le punizioni diventano più severe nei cerchi più vicini al centro della terra dove sono puniti i peccati che causano più offesa a Dio.

 

Il viaggio di Dante attraverso i tre regni dell'oltretomba dura sette giorni ed inizia durante la primavera del 1300, all'età di 35 anni. La porta dell'Inferno è fuori Gerusalemme. Dante si smarrisce in una selva oscura (il peccato). Nella selva oscura, il viaggio di Dante è interrotto da tre belve, simbolo di tre peccati, lussuria, superbia ed avarizia. Dante (l'umanità) si vede perduto, la sua debole natura umana è incapace di resistere al peccato. Dante ha bisogno di una guida, e così incontra Virgilio (simbolo della ragione, il sommo poeta dell'antichità, autore dell'Eneide, che Dante ammira, ed emula). Virgilio mandato in suo soccorso da Beatrice, gli annuncia che, per uscire dalla selva, deve fare un viaggio attraverso l'Inferno, il Purgatorio e il Paradiso. Un viaggio di catarsi (di Dante e dell'umanità) che rappresenta la conoscenza del peccato, l'espiazione, la purificazione e la beatitudine finale. Nei primi due regni la guida di Dante sarà Virgilio che, come pagano, non potrà continuare nel Paradiso dove, la sublime ed angelica Beatrice gli farà da guida. Dante scende allora nell'Inferno, un'immensa voragine, piena di orrori, fetori e grida, dove, con l'aiuto di Virgilio, si incontra, si scontra e dialoga con molti dannati, puniti, secondo la legge del contrappasso, con un supplizio che richiama per somiglianza o per contrasto il peccato commesso. Spesso si commuove sul loro destino, ma non mancano le occasioni in cui si compiace dell'atrocità delle loro pene. Giunto al fondo dell'Inferno, dove è Lucifero conficcato nel ghiaccio al centro della terra, risale, per un lungo condotto, verso la superficie, dove sorge, su un'isola in mezzo all'oceano agli antipodi di Gerusalemme, la montagna del Purgatorio.
Qui i peccatori non dimorano in un solo girone, ma li percorrono tutti e sette, sostandovi più o meno a lungo secondo le loro colpe; il dialogo che Dante instaura con loro sereno e affettuoso, illuminato dalla speranza del Paradiso. Come per le anime, anche per Dante l'ascesa della montagna si configura come una graduale purificazione, segnata dalla progressiva cancellazione di sette P impresse dalla spada fiammeggiante di un angelo sulla sua fronte all'inizio della salita. Giunto sulla vetta, Dante si trova in un vasto giardino fiorito, il Paradiso terrestre da cui furono cacciati Adamo ed Eva. Qui Virgilio si congeda da Dante e compare Beatrice: il significato allegorico di questo avvicendamento che, per raggiungere la salvezza, la ragione umana, sia pure sorretta da una retta coscienza, non può bastare: occorre che l'uomo sia illuminato dalla fede e dalla rivelazione divina. Guidato da Beatrice, Dante sale attraverso i nove cieli che circondano la terra. I beati si mostrano a Dante nei diversi cieli, corrispondenti alle loro qualità e virtù; man mano che si sale, ogni parvenza terrena e umana scompare e le anime appaiono come fiamme, splendori, luci, in un clima sempre pi rarefatto e luminoso. Nell'ottavo cielo Dante interrogato da san Pietro, san Giacomo e san Giovanni sulle tre virtù teologali (fede, speranza, carità); superato l'esame e visitato il nono cielo, giunge nell'Empireo, dove, assistito non più da Beatrice ma da san Bernardo (simbolo del misticismo), può contemplare la Vergine e i beati, e infine, in un'illuminazione improvvisa e sconvolgente, immergersi nella visione di Dio.

 

Canto I - Riassunto e spiegazione

Nel mezzo del cammino della vita, verso i 35 anni, Dante, avendo smarrito la diritta via, si ritrova in una selva (foresta) oscura, il cui solo ricordo lo terrorizza. Notare l'elemento semantico nella stupenda scelta da parte di Dante del verbo smarrire (smarrire vuol dire perdere temporaneamente), una parola che, al contrario di perdere, implica che, infine, la strada giusta sarà trovata. Comunque per raccontare del bene che incontra nel suo viaggio, si propone di descrivere tutte le altre cose che vi ha visto. Dante non ci sa spiegare come sia entrato in questa selva, tanto era pieno di sonno (incapacità di controllare le sue azioni) nel momento in cui abbandonò la strada giusta.

1 Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
chè la diritta via era smarrita.

Giunto ai piedi di un colle, alla fine di quella selva che gli ha oppresso il cuore di tanta paura, egli guarda verso l'alto, e, vedendo i raggi del sole, sente rinascere la speranza della cima (la salvazione spirituale) e come colui che, con il respiro affannato, si gira verso il mare che lo aveva quasi fatto annegare a guardarlo, cos anch'egli, con l'animo che ancora rifugge dal pensiero per la paura, si gira indietro a guardare quella selva, dalla quale nessuno si è mai salvato. Dopo essersi un poco riposato, riprende il cammino, iniziando la salita del colle.

Dante arriva alla base della collina, ed ecco che, all'improvviso, gli appare

una lonza leggiera, (la lussuria)

rapida, svelta, dalla pelle macchiata, che gli impedisce di salire da costringerlo a tornare indietro più volte.

Ma le cose peggiorano per il povero Dante che, è all'improvviso affrontato da

un leone (la superbia)

che gli viene incontro con la testa alta e con rabbiosa fame, e infine gli appare davanti

una lupa (l'avarizia)

che di tutte brame - sembrava carca nella sua magrezza e che aveva causato tanta infelicità all'umanità. La lupa rappresenta il peccato peggiore perché l'avarizia è insoddisfabile ed è all'origine di ogni altro peccato: la lupa si ammoglia (si sposa) con altri animali (peccati)

e (la lupa) ha natura sì malvagia e ria,
che mai non empie la bramosa voglia,
e dopo 'l pasto ha più fame che pria.

100 Molti son li animali a cui s'ammoglia,
e più saranno ancora . . . . .

La lupa, la belva più pericolosa, perché causa di ogni altro peccato, spaventa tanto Dante che egli perde la speranza di raggiungere la cima del colle. Mentre Dante cade giù verso il basso, gli si presenta innanzi una figura incerta (ombra od omo certo), che per il lungo silenzio pare muta. Infine l'ombra si presenta come Virgilio, il grande poeta latino venerato da Dante, che nacque sotto Giulio Cesare, visse a Roma sotto Augusto al tempo degli Dei pagani, e cantò le imprese del pio Enea, figlio di Anchise, arrivato al Lazio dopo la distruzione di Troia.

Or se' tu quel Virgilio e quella fonte
che spandi de parlar sì largo fiume

Dante dimostra una riverenza assoluta per Virgilio

"O de li altri poeti onore e lume,
vagliami 'l lungo studio e 'l grande amore
che m'ha fatto cercar lo tuo volume.

85 Tu se' lo mio maestro e 'l mio autore,
tu se' solo colui da cu' io tolsi
lo bello stilo che m'ha fatto onore.

Virgilio domanda a Dante perché non ritorni indietro e non salga il dilettoso monte, che è "principio e cagione di gioia perfetta". Dante, dopo avere espresso a Virgilio, con sentimento di riverenza, tutta la sua ammirazione, lo implora di salvarlo dalla lupa, che gli fa tremar le vene e i polsi. Virgilio gli risponde che, per salvarsi, sarà necessario "tenere altro viaggio, perché la lupa non lascia passare alcuno per la sua via, ma lo impedisce fino a tanto che l'uccide, ed è di natura così malvagia che non è mai sazia, ma più mangia e più ha fame; e si ammoglia infine con molti animali (peccati), che saranno sempre più numerosi (quindi origine di tutti i peccati), finché non verrà il Veltro che la farà morire con dolore. Questo Veltro non si ciberà di beni terreni, ma solo di sapienza, amore e virtù; nascerà tra feltro e feltro; e caccerà la lupa per ogni parte, finché l'avrà fatta ritornare nell'Inferno, da dove l'invidia di Lucifero la mandò nel mondo. È ora necessario che Dante segua Virgilio, il quale lo condurrà attraverso l'Inferno, dove udrà le disperate grida dei dannati, e attraverso il Purgatorio, dove vedrà coloro che soffrono contenti, perché sperano, un giorno, raggiungere le beate genti del Paradiso.Qui, Dante non sarà più guidato da Virgilio, anima pagana. La sua guida finale nel Paradiso sarà l'angelica Beatrice. Adesso Dante, rassicurato da queste parole, rinvigorito dalla speranza di rivedere la sua amata Beatrice, decide di seguire Virgilio, la sua guida in questo viaggio ultramondano dicendo.

136 Allor si mosse, e io li tenni dietro.

 

Canto III - Riassunto e spiegazione

Dante e Virgilio arrivano davanti all'entrata dell'Inferno. In cima c'è un'iscrizione

1 Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l'etterno dolore
per me si va tra la perduta gente.

4 Giustizia mosse il mio alto fattore;
fecemi la divina podestate,
la somma sapïenza e 'l primo amore.

7 Dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterno duro.
Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate.

L'insegna dice che quest'entrata conduce nella città dolente, nell'eterno dolore, e tra la perduta gente (i dannati), fu costruita dalla divina Trinità per punire i peccatori e quelli che vi entrano devono perdere ogni speranza di salvezza. Dante è impaurito da queste parole, ma Virgilio lo incoraggia ad abbandonare ogni timore perchè essi sono arrivati alla porta dell'Inferno, dove si trovano le genti dolorose che hanno perduto il ben dell'intelletto la conoscenza di Dio. Appena entrato, Dante sente risuonare per l'aria tenebrosa sospiri, pianti ed alti lamenti, cosicché, preso tra la pietà e il terrore, domanda spiegazioni alla sua guida. Virgilio gli risponde che in tal modo sono condannate le anime degli ignavi, che visser sanza infamia e sanza lodo. Qui sono anche punite le anime degli angeli che nella ribellione di Lucifero non furono né ribelli né fedeli a Dio, ma rimasero neutrali, in attesa dell'esito della battaglia per poi schierarsi con il vincitore. I cieli li cacciarono per non esser men belli, nè il profondo Inferno vuole riceverli, perché i dannati non possono aver gloria da coloro che non hanno commesso vere azioni criminali.

Comunque gli ignavi si lamentano fortemente, perché non hanno speranza di nulla e la loro condizione è tanto spregevole che invidiano ogni altra sorte. Il mondo non li ricorderà mai perché visser sanza infamia e sanza lodo. Guardando attentamente nell'oscurità, Dante vede allora un'insegna, che si muove rapidamente, seguita da una moltitudine di dannati, tra i quali riconosce colui che fece per viltà il gran rifiuto (Papa Celestino V). Questi sciagurati, che non furono mai vivi, erano nudi e punti fortemente da mosconi e da vespe, che rigavano loro il viso di sangue; e il sangue, mischiato alle lagrime, era raccolto ai loro piedi da vermi ripugnanti. Ma anche Virgilio mostra sdegno per queste anime che non meritano di essere ricordate dicendo non ragioniam di lor, ma guarda e passa. Guardando oltre. Dante vede gente che si riunisce alla riva di un fiume, in attesa di passare all'altra sponda. Ed ecco venire a riva una barca, dalla quale scende il vecchio, Caronte, il nocchiero infernale.

Caronte grida verso le anime intimendo che le trasporterà all'altra riva nelle tenebre eterne, nel fuoco e nel ghiaccio. Poi, accorgendosi che Dante è vivo, lo minaccia e gli rifiuta il passaggio all'altra riva. Ma Virgilio intima a Caronte che il viaggio di Dante è voluto da Dio, e che deve accettare la volontà divina:

"Caron, non ti crucciare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare."

Caronte, dagli occhi di fiamma, deve calmarsi ed accettare il volere di Dio, perché, anche nell'Inferno, il supremo potere è Dio (fatto che irrita le creature infernali). E così, Caronte rivolge la sua ira alle anime che, stanche e nude, all'udire l'eterna condanna, impallidiscono e battono i denti dalla paura, bestemmiando Dio, i loro genitori, la specie umana, la loro nascita, i loro antenati e i loro discendenti

103 Bestemmiavano Dio e lor parenti,
l'umana spezie e 'l loco e 'l tempo e 'l seme
di lor semenza e di lor nascimenti.

E così restano impauriti sulla riva maledetta, che attende tutti coloro che vivono senza timor di Dio. Qui Caronte, facendo loro cenno coi suoi occhi di bragia, le raccoglie nella barca, battendo col remo quelle che restano indietro; e come d'autunno le foglie cadono l'una dopo l'altra, finché il ramo resta nudo, così quelle anime, malvagia discendenza di Adamo, al cenno di Caronte si gettano ad una ad una dalla riva nella barca. Così vanno su per l'onda oscura dell'Acheronte, e, prima che siano arrivate all'altra riva, su questa già si aduna un'altra schiera di anime dannate. Virgilio spiega a Dante come qui non passi mai anima buona, e ciò spiega l'ira di Caronte nel vedere Dante. Appena Virgilio ha finito di parlare, un forte terremoto scuote la regione infernale, accompagnato da un vento impetuoso e da fulmini rosso-vermigli. Dante perde i sensi e cade a terra, colpito da un profondo sonno:

136 e caddi come l'uom cui sonno piglia.

Notare la tecnica dantesca nell'uso del cataclisma e dello svenimento per poi rinvenire nel prossimo cerchio. Quando Dante non sa spiegare il passaggio da un cerchio ad un altro, si avvalerà di questo stratagemma.

 

Canto V - Riassunto e spiegazione

Dante scende dal primo al secondo cerchio, più stretto con pene più tormentose. All'entrata vede Minosse, il giudice infernale, orribile e ringhioso, che esamina le colpe delle anime dannate e le giudica, circondando il proprio corpo gigantesco con la coda tante volte secondo il cerchio in cui vuole che siano precipitate.

4 Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:
essamina le colpe ne l'intrata;
giudica e manda secondo ch'avvinghia.

Egli, nota Dante e interrompe la sua autorevole attività, e lo ammonisce di non lasciarsi ingannare dall'ampiezza dell'entrare (non farsi ingannare dalla visione, a volte innocua del peccato, che come peccato è sempre pericoloso come causa di dannazione). A questo punto Virgilio, come già aveva fatto con Caronte, intima a Minosse che nessuno può impedire il viaggio di Dante perché è voluto da Dio:

Non impedir lo suo fatale andare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare."

Ora Dante entra nel regno dei veri dannati, ed è colpito da disperate grida di dolore. Egli si trova in un luogo privo di luce che risuona come il mare in tempesta. C'è una bufera incessante, che trascina via gli spiriti con la sua forza violenta, e li tormenta sbattendoli fra loro come in un vortice che li scuote senza che i dannati lo possano controllare.

31 La bufera infernal, che mai non resta,
mena li spirti con la sua rapina;
voltando e percotendo li molesta.

Dante si rende conto di essere nel cerchio dei lussuriosi, che la ragion sommettono al talento (che sottomettono la ragione ai loro desideri incontinenti di lussuria). E cosìVirgilio mostra a Dante le anime di tanti lussuriosi: Semiramide, moglie di Nino, che per giustificare la sua libidine, rese il peccato della lussuria legale nel suo paese

52 "La prima di color di cui novelle
tu vuo' saper," mi disse quelli allotta,
"fu imperadrice di molte favelle.

55 A vizio di lussuria fu sì rotta,
che libito fé licito in sua legge,
per tòrre il biasmo in che era condotta.

58 Ell' è Semiramìs, di cui si legge
che succedette a Nino e fu sua sposa:
tenne la terra che 'l Soldan corregge.

E poi Didone, che ruppe fede al cener di Sicheo, Cleopatra, Elena, il grande Achille, Paride, il rapitore di Elena, Tristano (il famoso cavaliere della Tavola Rotonda), e molte altre anime, vittime della passione d'amore; e Dante, udendo nominare tante famose donne antiche ed eroici cavalieri, preso da pietà sta quasi per svenire. All'improvviso, Dante vede due anime che andando insieme sembrano essere leggere nel vento ed esprime il desiderio di parlare con loro. Notare il cambiamento drastico dello stile di Dante che ora, abbandonando il tono di giustiziere usa cenni e motivi stilnovistici. Appena il vento manda le due anime verso di lui, Dante le invita a parlargli.

82 Quali colombe dal disio chiamate
con l'ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l'aere, dal voler portate;

85 cotali uscir de la schiera ov' è Dido,
a noi venendo per l'aere maligno,
sì forte fu l'affettüoso grido.

Come colombe chiamate dal desiderio verso il nido, i due spiriti escono dalla schiera dei lussuriosi come Didone (nota come Dante vede queste anime in luce diversa da quella degli altri lussurriosi) e per amore e si dirigono verso i due poeti. Sono le anime di Paolo Malatesta e Francesca da Rimini, colpevoli di adulterio. Francesca condurrà la narrativa. Infatti Francesca ha il controllo totale del Canto. Francesca racconta come lei fosse nata a Ravenna,

97 Siede la terra dove nata fui
su la marina dove 'l Po discende
per aver pace co' seguaci sui.

Poi spiega come l'Amore la condusse a peccare:

100 Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende.

103 Amor, ch'a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m'abbandona.

106 Amor condusse noi ad una morte.
Caina attende chi a vita ci spense."
Queste parole da lor ci fuor porte.

 

Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende fece innamorare Paolo della mia bella persona che mi fu tolta in un modo che ancora mi offende. Amor, ch'a nullo amato amar perdona, prese me così fortemente della bellezza di Paolo, che tale stato di amore ancora non mi abbandona. Amor condusse noi ad una stessa morte, e chi ci uccise è atteso nella Caina, dove sono puniti i traditori di famiglia. Alle parole di Francesca, Dante abbassa il viso, e rimane vinto dalla tragedia di Paolo e Francesca. Poi Dante vorrebbe sapere quali dolci pensieri, quanta passione li condusse alla morte violenta e alla dannazione etema. Poi si rivolge a Francesca, manifestandole la propria pietà e chiedendole quale fu l'occasione che permise a lei e a Paolo di conoscere i desideri ancora segreti dei loro cuori. Francesca, dicendo come non vi sia alcun dolore più grande che ricordarsi del tempo felice nella infelicità, accetta di narrare la sua triste storia. Un giorno, lei e Paolo stavano leggendo per puro piacere il romanzo di Lancillotto e di Ginevra. Spesso questa lettura li portò a fissarsi negli occhi e ad impallidire. Ma fu solo quando giunsero al momento in cui Lancillotto baciava Ginevra, che Paolo, tutto tremante, la baciò sulla bocca.

Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante."

Ed ecco che Dante sembra quasi giustificare latto adultero di Paolo e Francesca e dichiara che il libro e l'autore furono i veri galeotti (colpevoli) poiché da quel giorno in poi abbandonarono la lettura del libro per passare il tempo da amanti. Mentre Francesca racconta la tragica storia del loro amore, Paolo piange così disperatamente che Dante, non potendo più sostenmersi per la pietà che sente per i due, perde i sensi e cade (sviene) come un corpo morto.

I Canti dell'Inferno