Alberto Moravia

Mario

 

Fu cosi. Di mattina presto, mi alzai che Filomena ancora dormiva, presi la borsa dei ferri, uscii di soppiatto di casa e andai a Monte Parioli, in via Granisci,dove c'era uno scaldabagno che buttava. Quanto tempo ci avrò messo per fare la riparazione? Certo un paio d'ore perché dovetti smontare e rimontare il tubo. Finito il lavoro, con l'autobus e con il tram tornai a via dei Coronari, dove ho casa e bottega. Notate il tempo: due ore a Monte Parioli, mezz'ora per andarci, mezz'ora per tornare: tré ore in tutto. Che sono tré ore? molto e poco, dico io, secondo i casi. Io ci avevo messo tré ore per rimettere a posto un tubo di piombo; qualcun altro, invece...
Ma andiamo per ordine. Alla imboccatura di via dei Coronari, mentre camminavo svelto lungo i muri, mi sentii chiamare per nome. Mi voltai: era Fede, la vecchia affittacamere che sta di casa di fronte a noi. Questa Fede, poveretta, ha due gambe cosi grosse, per via della podagra, che manco un elefante. Mi disse, tutta affannosa:
- Che scirocco, oggi... vai in su? mi dai una mano per la sporta?
Risposi che l'avrei fatto volentieri. Mi passai la borsa dei ferri sull'altra spalla e afferrai la sporta. Lei prese a camminarmi accanto, trascinando quelle due colonne di gambe sotto la palandrana. Dopo un poco, domandò: - E Filomena dov'è?
Risposi: - Dov'ha da essere? A casa.
- Già, a casa - disse lei a testa china - si capisce.
Domandai, tanto per parlare: - Perché si capisce?
E lei: - Si capisce... eh, povero figlio mio.
Insospettito, lasciai passare un momento e poi insistetti: - Perché povero figlio mio?
- Perché mi fai compassione - disse quella befana senza guardarmi.
- E cioè?
- E cioè non sono più i tempi di una volta... le donne oggi non sono più come al tempo mio.
- Perché?
- Al tempo mio, uno poteva lasciare la sposa a casa, tranquillo... come la lasciava, cosi la ritrovava... Oggi invece...
- Invece?
- Oggi non è così'... basta... ridammi la sporta: grazie tanto.
Ormai tutta la gioia di quella bella mattinata mi era andata in veleno. Dissi, tirando indietro la sporta:
- Non ve la do se non vi spiegate... che c'entra Filomena in tutto questo?
- Io non so nulla, - disse lei, - ma, uomo avvisato, mezzo salvato.
- Ma insomma - gridai - che ha fatto Filomena?
- Domandalo ad Adalgisa, - rispose lei; e questa volta acchiappò la sporta e si allontanò con un'agilità che non le conoscevo, quasi correndo nella sua palandrana lunga.
Pensai che non era più il caso di andare a bottega, e feci dietro-front per cercare Adalgisa. Per fortuna stava anche lei in via dei Coronari. Adalgisa ed io eravamo stati fidanzati prima che incontrassi Filomena. Era rimasta zitella e sospettavo che quella storia su Filomena l'avesse inventata proprio lei. Salii quattro piani, bussai forte col pugno, per poco non la presi in faccia poiché lei apri la porta di botto. Aveva le maniche rimboccate, teneva in mano una scopa.
Disse secca secca: - Gino, che vuoi?
Adalgisa è una ragazza non tanto grande, piacente, ma con la testa un po' grossa e il mento in fuori. Per via del mento, la chiamano scucchiona. Ma non bisogna dirglielo.
Io, inviperito, invece glielo dissi:
- Sei stata tu, scucchiona, a raccontare in giro che Filomena, mentre sto a bottega, fa non so che in casa?
Lei mi fissò con due occhi arrabbiati: - L'hai voluta, Filomena... mo' tè la tieni.
Entrai e l'acchiappai per un braccio. Ma glielo lasciai subito perché lei mi guardò quasi con speranza.
Dissi: - Dunque sei stata tu?
- Io non sono stata... come l'ho avuta, cosi l'ho data.
- E chi tè l'ha data?
- Giannina.
Non dissi nulla e feci per uscire. Ma lei mi trattenne e soggiunse guardandomi, provocante:
- E non chiamarmi più scucchiona.
- E che, non ce l'hai la scucchia? - risposi liberandomi e scendendo la scala a rompicollo.
- Meglio la scucchia che le corna, - gridò lei affacciandosi alla ringhiera.
Ora cominciavo a sentirmi male. Non mi pareva possibile che Filomena mi tradisse, visto che in tré anni che eravamo sposati lei non aveva fatto che ricoprirmi di tenerezze. Ma guarda che cos'è la gelosia. Proprio queste tenerezze, alla luce dei discorsi di Fede e di Adalgisa, mi sembravano una prova di tradimento. Basta, Giannina era cassiera in un bar li accanto, sempre in via dei Coronari. Giannina è una bionda, linfatica, coi capelli lisci e gli occhi di porcellana azzurra. Calma, lenta, riflessiva. Andai alla cassa e le sussurrai:
- Di' un po', sei stata tu a inventare che Filomena, quando non ci sono, riceve gente in casa?
Lei stava dando retta ad un cliente. Battè con le dita sui tasti della macchina contabile, staccò il biglietto, annunziò, senza alzare la voce: - Due espressi... - quindi domandò, tranquilla:
- Che mi dici, Gino?
Ripetei la domanda. Lei porse il resto al cliente e poi rispose:
- Per carità Gino, ti pare che inventi una cosa simile su Filomena... la mia migliore amica?
- Allora Adalgisa se l'è sognato.
-No- corresse lei -no... non se l'è sognato... Ma io non l'ho inventato... l'ho ripetuto.
- Che buon'amica, - non potei fare a meno di esclamare.
- Ma ho anche detto che non ci credevo... Questo, certo, Adalgisa non tè l'ha detto.
- E a tè, chi tè l'aveva raccontato?
- Vincenzina... è venuta apposta dalla stireria per farmelo sapere.
Uscii senza salutarla e andai dirimpetto, alla stireria. Dalla strada potei subito vedere Vincenzina, ritta in piedi davanti al tavolo, che pesava con le due braccia sul ferro, stirando. Vincenzina è una ragazza minuscola, con un viso schiacciato, come di gatto, bruna bruna, vivace. Sapevo che aveva un debole per me e, infatti, a un cenno che le feci col dito, lasciò subito il ferro e venne fuori. Disse, speranzosa:
- Gino, beato chi ti vede.
Risposi: - Strega, è vero che vai dicendo in giro che Filomena, mentre sto a bottega, riceve gli uomini in casa?
E lei, un po' delusa, dondolandosi, le mani nelle tasche del grembiale: - Ti dispiacerebbe?
- Rispondi - insistetti: - Sei stata tu a inventare quest'infamia?
- Uh, quanto sei geloso - disse lei alzando le spalle - che sarà? una donna ora non potrà fare quattro chiacchiere con un amico...
- Dunque sei stata tu.
- Senti, mi fai compassione - disse ad un tratto quella vipera; - che vuoi che me ne importi di tua moglie... io non ho inventato niente... me l'ha detto Agnese... lei sa anche il nome di lui.
- Come si chiama?
- Fattelo dire da lei.
Ormai ero sicuro che Filomena mi tradiva. Si sapeva anche il nome. Pensai involontariamente:
- Per fortuna nella borsa non ho alcun ferro grosso, altrimenti potrei perder la testa e ammazzarla -. Non riuscivo a capacitarmi: Filomena, mia moglie, con un altro. Entrai nella tabaccheria dove Agnese vendeva le sigarette per conto del padre. Gettai il denaro sul banco, dicendo:
- Due nazionali.
Agnese è una ragazzetta di diciassette anni, con una foresta di capelli crespi e secchi ritti sulla testa. La faccia l'ha gonfia, infarinata di cipria rosa, pallida, senza colori, con due occhi neri come due bacche di lauro.
La conoscevo come la conoscono tutti, in via dei Coronari. E come lo sapevano tutti, cosi sapevo anch'io che era interessata, capace, per denaro, di vendersi l'anima. Mentre mi dava le sigarette, mi chinai e le domandai: - Di' un po' come si chiama?
- Ma chi? - rispose lei stupita.
L'amico di mia moglie.
- Mi guardò esterrefatta: dovevo avere una brutta faccia.
Disse subito: - Io non so niente.
Cercai di sorridere: - Via, dimmelo... lo sanno tutti ormai, io soltanto non lo so.
Mi guardava fisso, scuotendo il capo; allora soggiunsi:
- Guarda, se me lo dici ti do questo -.
E cavai di tasca un foglio da mille che avevo avuto quel mattino per la riparazione.
Alla vista del denaro, lei si turbò, manco le avessi parlato d'amore. Il labbro le tremò, si guardò intorno e poi mise la mano sul foglio, dicendo piano: - Mario.
- E tu come l'hai saputo?
- Dalla tua portiera.
Dunque era proprio vero. Come nel gioco del freddo e del caldo, adesso eravamo già nel palazzo. Presto saremmo stati nel mio appartamento. Uscii dalla tabaccheria e corsi a casa mia, qualche portone più in là. Intanto ripetevo: - Mario -, e a quel nome tutti i Marii che conoscevo mi sfilavano davanti gli occhi: Mario il lattaio, Mario l'ebanista, Mario il fruttivendolo, Mario che era stato soldato e ora era disoccupato, Mario il figlio del norcino, Mario, Mario, Mario... A Roma I Marii saranno un milione e a via dei Coronari ce ne saranno cento. Entrai nel portone di casa mia, andai difilato alla bussola della portiera. Vecchia e baffuta come Fede, stava a gambe larghe, un braciere tra i piedi e un mucchio di cicoria da capare in grembo.
Domandai, affacciandomi. - Dite un po', l'avete inventato voi che Filomena, in mia assenza, riceve un certo Mario?
Irritata rispose subito: - Ma chi si inventa niente? È tua moglie che me l'ha detto.
- Filomena?
- Già... mi ha detto: deve venire un giovanotto così e così che si chiama Mario... Se Gino è in casa, digli che non salga... ma se Gino non c'è, fallo pure salire... ora è su.
-È su?
- E come... è salito che sarà quasi un'ora.
Dunque, non soltanto Mario esisteva, ma adesso stava con Filomena, in casa da un'ora. Mi gettai per le scale, salii di corsa tré piani, bussai. Filomena stessa venne ad aprirmi: e subito notai che lei, sempre cosi placida e serena, sembrava spaventata.
Dissi: - Brava... quando non ci sono, ricevi Mario.
- Ma quando mai?... - incominciò lei.
- So tutto, - gridai; e feci per entrare. Allora lei mi sbarrò il passo dicendo:
- Lascia perdere... che tè ne importa? Torna più tardi.
Questa volta non ci vidi più. Le diedi uno schiaffo gridando:
- Ah, è cosi, non deve importarmi? - e poi, con una spinta, la misi da parte e corsi in cucina.
Accidenti alle chiacchiere delle donne e accidenti alle donne. C'era, si, Mario, seduto al tavolo, in atto di bere il caffellatte, ma non era Mario l'ebanista, ne Mario il fruttivendolo, ne Mario il figlio del norcino, ne insomma alcuno dei tanti Marii a cui avevo pensato
per strada. Era semplicemente Mario il fratello di Filomena che era stato in galera due anni per furto con scasso. Io, sapendo che un giorno sarebbe uscito, le avevo detto:
- Guarda che in casa mia non ce lo voglio.. . non voglio neppure sentirne parlare. Ma lei, poveretta, che al fratello voleva bene con tutto che fosse ladro, aveva voluto riceverlo lo stesso in mia assenza. Mario, vedendomi così fuori di me, si era alzato in piedi.
Dissi, ansimante: - Addio, Mario.
- Me ne vado - disse lui, moscio. - Non aver pau ra... me ne vado... eh che sarà?... manco fossi appestato.
Sentivo Filomena nel corridoio che singhiozzava e adesso mi vergognavo di quello che avevo fatto. Dissi, confuso: - No, rimani... per oggi rimani... rimani a colazione... non è vero Filomena - soggiunsi rivolto a lei che si era affacciata sulla soglia asciugandosi le lagrime - che Mario può rimanere a colazione?
Basta, rimediai alla meglio, e poi andai in camera da letto, ci chiamai Filomena, le diedi un bacio e facemmo pace. Restava, però, il fatto delle chiacchiere.
Esitai e poi dissi a Mario: - Andiamo, Mario... vieni a bottega: può darsi che il padrone qualche cosa ti faccia fare -.
Lui mi seguì; quando fummo per le scale soggiunsi:
- Nessuno ti conosce qui... tu, in questi anni, sei stato a lavorare a Milano... intesi?
- Intesi.
Scendemmo la scala. Come fummo davanti la bussola della portiera, presi Mario per un braccio e lo presentai, dicendo: - Questo è Mario... mio cognato... viene da Milano... ora starà qui con noi.
- Piacere, piacere, piacere.
"Il piacere è tutto mio", pensai uscendo per la strada. Per le chiacchiere delle donne, ci avevo rimesso mille lire; e, adesso, per giunta, ci avevo anche il ladruncolo in casa.