Guido Guinizzelli

Biografia

Guido Guinizzelli nacque a Bologna, intorno al 1235, dal Guinizzello da Magnano, famoso giudice del tempo e da un’esponente della famiglia Ghisilieri. Guinizelli può essere considerato uno dei maggiori esponenti della poesia del Dolce Stil Novo. Nel campo politico fù un ghibellino e nel 1274 rimase coinvolto nelle lotte tra fazioni che portarono al potere della città emiliana i guelfi Geremei. Costretto a rifugiarsi a Monselice con la moglie Bice della Fratta e il figlio Guiduccio, morì prima del 14 novembre 1276. Dei suoi componimenti poetici ci sono pervenuti restano una ventina 5 canzoni e 15 sonetti. Considerato un innovatore poetico dai suoi stessi contemporanei, Guinizzelli è autore della canzone Al cor gentil repara sempre Amore, considerata il manifesto teorico-poetico dello stilnovo. A questo testo, citato due volte nel De vulgari eloquentia, Dante rende un evidente omaggio nel sonetto Amor e’l cor gentil sono una cosa (Vita Nova) e nel quinto canto dell'Inferno. Influente sulla poesia dantesca, Guinizzelli è presentato nel De vulgari eloquentia come il maggiore di quel gruppo di poeti bolognesi (tra i quali Guido Ghislieri, Fabruzzo e Onesto) che si allontanarono dal volgare municipale per avvicinarsi a quello illustre. Guido Guinizzelli viene ricordato nel nono canto del Purgatorio come colui a quale il secondo Guido (Guido Cavalcanti) tolse la "gloria de la lingua", Guinizzelli è solennemente presentato come il precursore dello stile poetico stilnovista.

 

Sonetti

Al cor gentil repara sempre Amore.

La poesia cortese, che precede il Dolce Stil Novo, aveva certamente cantato in un modo sincero l'esperienza amorosa. Comunque, era rimasta ferma alla superficie psicologica, agli aspetti esterni e superficiali dell'amore. L'amore era visto come un piacere, un diletto spesso non approfondito. Bisogna giungere ai poeti del Dolce Stil Novo per trovare un approfondimento dei sentimenti, una penetrazione dell'amore oltre il velo, una ricerca che scavi sempre più nell'interno, che avverta l'estrema serietà della sofferenza amorosa. L'amore non è più un solo puro piacere fisico ma un' espressione essenziale dello spirito, in cui si trova ogni valore segreto dell'uomo, tutt'uno con. le sue aspirazioni più elevate, anzi l'espressione sensibile, la traduzione in affetti terreni di quell'amore intellettuale che avevano teorizzato i filosofi, che presiedeva ad ogni moto vitale dell'anima. La donna, in questa nuova tematica, tende sempre più a spiritualizzarsi, fino a divenire una creatura alla quale non si addice atto o voce terrena, dinanzi a cui la natura e gli uomini si inchinano stupefatti (quasi una sostanza angelica, discesa sino agli uomini per miracol mostrare). Qui, l'amore tende a trasformarsi in un atto squisito e segreto di culto, e quasi nel mezzo per eccellenza offerto all'uomo per innalzarsi fino al Creatore. Qui, l'amore sia considerato degno solo degli spiriti gentili, e la gentilezza appare come una dote singola, unica dello spirito, non più derivata dalla nobiltà della nascita ma solo dalle doti e dal valore dell'individuo. Questi aspetti tuttavia non possono essere considerati come elementi essenziali o distintivi per la comprensione di questa scuola poetica, perché è possibile trovarne i precedenti in tutta la tradizione dell'amore cortese, e non sempre ricorrono in ciascuno dei rimatori. Infatti la poesia di Guido Cavalcanti non si basa sul significato religioso dell'amore e la figurazione mistica della donna.
Il carattere distintivo della scuola, comune a tutti coloro che ne fanno parte, è soltanto in quell'approfondimento e in quella drammatica interpretazione dei sentimenti dell'animo; ed accanto a quell'approfondimento si nota l'uso di un linguaggio più elevato, di una tecnica capace di perseguire una realtà che era del tutto immateriale, eppure più vera, più sofferta. Non senza significato è il fatto che questa scoperta ed espressione dell'io avvenisse nel vivo centro della civiltà comunale, là dove non l'orgoglio dei natali o la tracotanza del potere supremo potevano innalzare gli spiriti, ma solo la gentilezza, la nobiltà e la profondità del sentire.
La canzone Al cor gentile repara sempre Amore fu, ai suoi tempi, considerata il manifesto, il documento principe della scuola. Oggi essa suscita l'interesse e l'ammirazione dei lettori non tanto per il suo contenuto quanto per l'animo con cui quei principi sono esposti. C'è, in effetti, in Guido Guinizelli un tale giovanile entusiasmo, un simile fervore dello spirito, c'è nel susseguirsi dei concetti un tale ardore di convinzione, una simile esultanza, che lo schema logico trapassa quasi sempre in poesia. Ed accanto ai concetti c'è un lampeggiare continuo di immagini naturali, il sole, il fuoco, la selva, la luce, la pietra, la stella, la calamità; con una chiarezza, un'evidenza, un senso magico delle cose, che fanno di questa canzone uno dei prodotti più singolari dell'epoca.
Non solo in questo componimento ma negli altri del primo Guido ricorre questo fervore di giovinezza, questo senso continuo dell'aria, della luce, questa capacità visiva; persino nei sonetti in cui maggiormente è presente l'incantamento e lo stupore amoroso.

IV

Al cor gentil ripara sempre amore
come l’ausello in selva a la verdura;
né fe’ amor anti che gentil core,
né gentil core anti ch’amor, natura:
ch’adesso con’ fu ’l sole,
sì tosto lo splendore fu lucente,
né fu davanti’l sole;
e prende amore in gentilezza loco
così propiamente
come calore in clarità di foco.

Foco d’amore in gentil cor s’aprende
come vertute in petra preziosa,
che da la stella valor no i discende
anti che ’l sol la faccia gentil cosa;
poi che n’ha tratto fòre
per sua forza lo sol ciò che li è vile,
stella li dà valore:
così lo cor ch’è fatto da natura
asletto, pur, gentile,
donna a guisa di stella lo ’nnamora.

Amor per tal ragion sta ’n cor gentile
per qual lo foco in cima del doplero:
splendeli al su’ diletto, clar, sottile;
no li stari’ altra guisa, tant’ è fero.
Così prava natura
recontra amor come fa l’aigua il foco
caldo, per la freddura.
Amore in gentil cor prende rivera
per suo consimel loco
com’ adamàs del ferro in la minera.

Fere lo sol lo fango tutto ’l giorno
vile reman, né ’l sol perde calore;
dis’ omo alter: "Gentil per sclatta torno";
lui semblo al fango, al sol gentil valore:
ché non dé dar om fé
che gentilezza sia fòr di coraggio
in degnità d’ere’
sed a vertute non ha gentil core,
com’ aigua porta raggio
e ’l ciel riten le stelle e lo splendore.

Splende ’n la ’ntelligenzia del cielo
Deo criator più che ’n nostr’occhi ’l sole:
quella intende suo fattor oltra cielo,
e ’l ciel volgiando, a Lui obedir tole,
e consegue, al primero,
del giusto Deo beato compimento:
così dar dovria, al vero,
la bella donna, poi che ’n gli occhi splende
del suo gentil talento,
che mai di lei obedir non si disprende.

Donna, Deo mi dirà: "Che presomisti?",
siando l’alma mia a Lui davanti.
"Lo ciel passasti e ’nfin a Me venisti
e desti in vano amor Me per semblanti:
ch’a Me conven le laude
e a la reina del regname degno, per cui cessa onne fraude".
Dir Li porò: "Tenne d’angel sembianza
che fosse del Tuo regno;
non me fu fallo, s’eo li posi amanza".

 

Veduto ho la lucente stella diana.

Ancora una volta il poeta descrive le bellezze della sua donna e si dichiara a tal punto vinto dall'amore da non potere davanti a lei pronunciare una parola. Potesse almeno la donna indovinare i suoi pensieri! Senza dubbio sarebbe da lei contraccambiato, per la compassione che le desterebbero nel cuore i tormenti dell'amante Guido.
La materia del sonetto, dai termini della lode alla speranza del contraccambio, deriva da temi tradizionali. Alcune delle espressioni sono identiche a quelle della lirica cortese, eppure il sonetto ha il carattere inconfondibile dello stil nuovo, e possiede una freschezza, una luce, una passione e uno spiritualismo che sono proprie del Guinizelli.

VII

Vedut’ ho la lucente stella diana,
ch’apare anzi che ’l giorno rend’ albore,
c’ha preso forma di figura umana;
sovr’ ogn’ altra me par che dea splendore:

viso de neve colorato in grana,
occhi lucenti, gai e pien’ d’amore;
non credo che nel mondo sia cristiana
sì piena di biltate e di valore.

Ed io dal suo valor son assalito
con sì fera battaglia di sospiri
ch’avanti a lei de dir non seri’ ardito.

Così conoscess’ ella i miei disiri!
ché, senza dir, de lei seria servito
per la pietà ch’avrebbe de’ martiri.

 

VIII

Dolente, lasso, già non m’asecuro,
ché tu m’assali, Amore, e mi combatti:
diritto al tuo rincontro in pie’ non duro,
ché mantenente a terra mi dibatti,

come lo trono che fere lo muro
e ’l vento li arbor’ per li forti tratti.
Dice lo core agli occhi: "Per voi moro",
e li occhi dice al cor: "Tu n’hai desfatti".

Apparve luce, che rendé splendore,
che passao per li occhi e ’l cor ferìo,
ond’io ne sono a tal condizione:

ciò furo li belli occhi pien’ d’amore,
che me feriro al cor d’uno disio
come si fere augello di bolzone.

 

I' vo' del ver la mia donna laudare.

In questo stupendo sonetto sono evidenti le immagini della donna angelicata, cioè della donna appena adombrata nei versi come un essere immateriale, quasi estraneo alla natura e ai moti degli uomini. A questa immagine si aggiunge il trepido fervore, la capacità visiva, quel senso dell'aria, della luce, che sono tipici del Guinizelli.
Nelle due quartine il poeta enumera le bellezze della sua donna. Ma è una descrizione da cui otteniamo solo una vaghissima immagine di luce, di splendore, e nessun carattere terreno, niente che si concreti in un volto. La donna dello stil nuovo è qui ben rappresentata come un'evanescente figura ideale, innanzi a cui gli uomini si inchinano stupiti.
Nelle due terzine il poeta descrive invece l'incedere della donna tra gli uomini, le mirabili trasformazioni che opera in essi col suo saluto. Nel saluto si esaurisce tutta la sua vita sensibile, tutta la sua materializzazione: ma basta quel saluto per trasformare ed umiliare gli uomini, per convenirli ad una vita più elevata. I versi si succedono lenti, pausati, come se il poeta si muovesse in un'atmosfera più lieve di quella terrena; e temesse di compiere una profanazione, di rivelare visioni e speranze più alte di quelle comuni ai mortali.

X

Io vo' del ver la mia donna laudare
ed asembrarli la rosa e lo giglio:
più che stella diana splende e pare,
e ciò ch’è lassù bello a lei somiglio.

Verde river’ a lei rasembro e l’are,
tutti color di fior’, giano e vermiglio,
oro ed azzurro e ricche gioi per dare:
medesmo Amor per lei rafina meglio.

Passa per via adorna, e sì gentile
ch’abassa orgoglio a cui dona salute,
e fa ’l de nostra fé se non la crede;

e no·lle pò apressare om che sia vile;
ancor ve dirò c’ha maggior vertute:
null’ om pò mal pensar fin che la vede.

Siti per ulteriore ricerca.

http://it.wikipedia.org/wiki/Guido_Guinizelli

http://xoomer.virgilio.it/brdeb/letteratura/trecento/rime02.htm